La cerimonia del massaggio, A.Bennett

dsc_0174Chi è: La cerimonia del massaggio  un libro di Alan Bennett, pubblicato da Adelphi. Ha 95 pagine, tradotte da Giulia Arborio Mella e Marco Rossari.

Perché ci sono uscita: all’appuntamento precedente (nudi e crudi) ho riso molto.

Stato d’animo dopo l’appuntamento: che serata piacevole, grazie, buona notte e a presto!

Perché la serata è stata così piacevole: stavolta non devo spendere molte parole…semplicemente non resisto allo humor inglese e alle battute intelligenti.

Vi parlo di lui: siamo a una commemorazione funebre alla quale, a sorpresa, partecipa la cremè di Londra. Sono presenti celebri personaggi della tv, del cinema, esponenti della Banca d’Inghilterra, professori di filosofia, tutti sconvolti per la prematura dipartita di un aitante massaggiatore di nome Clive.

Lo stesso giovane sacerdote in carica, Geoffrey Jolliffe è una vecchia conoscenza del dipartito. Come di consueto, non ha organizzato la funzione, né il sermone: “volerà a vista” come al solito, perché  nel “volare a vista c’è un elemento divino”. Quello che padre Jolliffe non sa è che tra il pubblico si nasconde (letteralmente) Treacher, un altro prelato inviato dalla curia per controllare che la funzione si svolga nel rispetto dei canoni della Chiesa. Needless to say, dopo un ottimo inizio, padre Jolliffe perde irrimediabilmente il controllo della cerimonia, collezionando indelebili segni meno sulla scheda di valutazione di Treacher.

Tra le riflessioni di Geoffrey e gli interventi dell’improbabile pubblico assistiamo a uno spettacolo divertente e dissacrante, tipico del migliore humor inglese.

Maneggiare questo libro con cura e in luoghi non affollati: capita di scoppiare a ridere in modo inconsulto e di spargere involontari sorrisi. Giusto un assaggio:

“Una scrittrice molto acclamata, notando le sigarette, sussurrò: “Si può fumare?”. Il suo accompagnatore scosse il capo: “non credo”. “Non c’è il cartello, è quello là?”. Cercando gli occhiali, scrutò una targa attaccata a una colonna. “Credo sia una stazione della Via Crucis” rispose l’altro. “Ah, si? Comunque, all’entrata ho visto un posacenere”. ” Quella era l’acquasantiera.”

 

 

 

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Sull’orlo del precipizio, A. Manzini

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Chi è: “Sull’orlo del precipizio” è un libro di Antonio Manzini, conosciuto soprattutto per i romanzi seriali su Rocco Schiavone. E’ edito da Sellerio e ha 115 pagine.

Perché ci sono uscita: anche in questo caso sono stata invitata a farlo da chi ne sa molto di libri.

Stato d’animo dopo l’appuntamento: Maronn che tegola in testa: io lo aaaaamoooooooo! (aiuto: pompieriiii, spegnete gli entusiasmi!!)

Perché mi sono innamorata: perché è una vera chicca. Il formato è super tascabile, quindi in realtà, pur avendo 115 pagine, è un racconto. La lunghezza è perfetta sia per la storia che per il tono con cui è raccontata. Manzini ci parla dei pericoli che potrebbero derivare dall’avvento di un monopolio nel settore editoriale. Lo fa nel modo che gli è caratteristico e che gli riesce così bene: fa spaccare il lettore dalle risate. Nel tratteggiare situazioni assurde, inverosimili, distopiche, lascia però sempre intuire il lato reale e serio della situazione, così come le possibili conseguenze. Ecco perché è un libro molto interessante per tutti quelli che amano leggere e che vogliono saperne di più dei meccanismi della macchina editoriale.

Vi parlo di lui: Il protagonista è Giorgio Volpe, uno scrittore da un milione di copie vendute, che ha appena terminato di scrivere il suo ultimo romanzo: quello più “difficile e amaro, quello che emotivamente gli è costato di più“. Pubblica da decenni con la medesima casa editrice, la Gozzi, che ha sempre affidato alla validissima e leale Fiorella l’editing dei suoi manoscritti. Dopo la prima lettura, tutti in casa editrice trovano che il romanzo sia un capolavoro. Fiorella si offre di visitare Giorgio per apportare insieme qualche piccola modifica, rassicurandolo però che il libro è praticamente perfetto già così.

Ma qualche giorno dopo, al posto di Fiorella si presentano Aldo e Sergej, due personaggi improbabili che lo informano che la Gozzi non esiste più. A seguito della fusione con altre due case editrici è infatti nato il Gruppo Sigma, monopolista di mercato, che ha licenziato tutti i precedenti dipendenti, sostituendoli con uomini e donne “di mercato”.

Volpe si trova così catapultato in una realtà dove lo scrittore è un “codice prodotto“, il capo è una persona che in precedenza ha lavorato come tagliatrice di teste, dove la data di consegna dei manoscritti “non è più appannaggio dei capricci dello scrittore, ma della borsa“.

Alla Sigma si riscrivono i grandi classici in stile Wikipedia, per renderli appetibili ai giovani, si traducono i libri stranieri stralciandoli di ogni concetto negativo, perchè “non si può angosciare il lettore. Guerra, odio, morte, malattie, romanzi distopici e senza futuro, basta! Pace, amore, ottimismo e fratellanza, ecco le nuove direttive!

Evidentemente, anche il suo libro deve essere stralciato e riscritto secondo le nuove regole in non più di tre giorni.

Cosa farà Giorgio Volpe? Rinuncerà alla sua onestà intellettuale, oppure si ribellerà in nome della libertà di espressione? Ma soprattutto: esiste futuro per i ribelli?

PS: Di Volpe non dico niente, ma secondo me quelli della Sigma Manzini lo stanno cercando, eh. E non per fargli i complimenti 😀

 

Vergogna, J.M. Coetzee

coetzeeChi è: “Vergogna” (titolo originale “Disgrace”) è un libro di J.M. Coetzee, sudafricano che ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 2003. Il libro è edito da Einaudi nella collana Super ET, ha 229 pagine tradotte da Gaspare Bona.

Perchè ci sono uscita: sono stata invitata a farlo da una persona che ne sa a pacchi.

Stato d’animo dopo l’appuntamento: “sali per un caffè? (mooooolto caldo)”.

Perchè mi è piaciuto così tanto che l’ho fatto salire: la scrittura di Coetzee è scarna, dura, pungente, perfetta per raccontare la storia dei protagonisti. La trama presenta una serie di eventi molto diversi tra loro, ma tutti di grande impatto emotivo. Come suggerito dal titolo, viene lasciato molto spazio alle riflessioni dei personaggi e ai loro stati d’animo, ma senza che l’intimismo spezzi il ritmo del romanzo. L’opera ha anche una grande valenza sociale, perché, attraverso le opinioni e le azioni dei protagonisti fa trapelare molto bene quale sia la situazione sociale della provincia sudafricana nei primi anni 2000.

Vi parlo di lui: il protagonista, David Lurie. è professore di poesia presso un’università del Sudafrica. E’ spigliato, avvenente, divorziato più volte. Ritiene di “aver risolto il problema del sesso piuttosto bene”: ogni giovedì pomeriggio si reca da Soraya, nome d’arte di una prostituta a cui si è particolarmente legato. Quando Soraya lascia il lavoro e sparisce, negandogli qualsiasi contatto, le sue attenzioni si rivolgono a una delle sue studentesse ventenni: Melanie. La cerca ripetutamente, ma presto si rende conto che lei non ricambia il suo piacere nelle visite , tanto da spingerlo a pensare che: “non è stupro, non proprio, ma un atto indesiderato, profondamente indesiderato“. La breve relazione termina con una denuncia per molestie sessuali, presentata dalla ragazza all’università.

Messo a processo dal consiglio accademico, David si dichiara colpevole delle accuse che gli sono mosse e si rimette a qualsiasi punizione, ma si rifiuta di pentirsi, perché  mentre l’ammissione di colpa è di competenza di un organo giudicante terreno, il pentimento esula da tali competenze, perché “appartiene a un altro mondo, a un altro universo concettuale“.  Questo provoca l’immediato allontanamento del professore dal mondo accademico.

Licenziato, al centro dei commenti e dei pettegolezzi della comunità che gravita attorno all’università, Laurie lascia la città e raggiunge la figlia Lucy, che gestisce una fattoria isolata in aperta campagna. Mano a mano che i giorni passano, si abitua alla vita della provincia, finché un evento di grande violenza sconvolge la sua vita e quella di sua figlia.

Traumatizzato nel fisico e nella mente, David si sente come se qualcuno avesse soffiato sulla fiammella del piacere di vivere e questo lo fa sentire profondamente disperato. A peggiorare la sua situazione emotiva contribuisce l’incapacità di ristabilire il legame con sua figlia, che si rifiuta di parlare della disgrazia. L’incomunicabilità diventa così profonda, che il professore non può far altro che lasciare la fattoria e tornare a Città del Capo.

Ma del suo mondo rimangono solo macerie: il suo ufficio presso l’università è occupato dal suo giovane sostituto, Melanie “se lo vedesse gli sputerebbe in faccia“, la sua casa è stata svaligiata.

Può una persona, reagire a tutte queste disgrazie?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Litigi

Non mi capita quasi mai di litigare con qualcuno. Per litigare intendo il pacchetto completo, quello che include:

  1. voce troppo alta;
  2. recriminazioni vere e false e
  3. strumentalizzazione di situazioni/discorsi.

Quando mi capita di litigare così, a cose fatte mi trovo sempre ad affrontare un miscuglio di sentimenti, tutti rigorosamente negativi.

Innanzitutto, sento una sensazione di fallimento. Ritengo il litigio un fallimento in sè, perchè mi allontana dal mio equilibrio mentale e non mi permette di essere lucida come vorrei. Mi fa sentire come una biglia che viene lasciata scivolare su un piano inclinato, senza che possa avere alcuna influenza sulla direzione da seguire. Questo significa che, anche se ho iniziato la discussione su basi di fatto che mi danno ragione, poi mi trovo comunque a perdere il controllo delle cose, e quindi ragione e torto non hanno più significato.

Legato al fallimento c’è il senso di colpa. Mi vergogno di non aver saputo mantenere un contegno e questo indipendentemente dal fatto che qualcuno (al di là dell’interlocutore) mi abbia vista  o sentita. Anche nei casi in cui non abbia iniziato io il litigio, mi vergogno anche solo di aver aggredito di rimando una persona alla quale voglio bene. Perchè per me funziona così: più la persona è vicina o più desidero un avvicinamento, più confidenza mi permetto.Il problema è che in un litigio la confidenza coincide con la violenza verbale.  Non riesco a trovare conforto in discorsi del tipo: “beh, in fondo è stato/a lui/lei a aggredirti, a quel punto anche un asceta si sarebbe incazzato e avrebbe mostrato i denti”.

Dal fallimento si srotola poi una profonda tristezza. Dato che i litigi sono tanto più incisivi, quanto più ho confidenza con l’interlocutore, ho sempre paura che l’altra persona si allontani. Mentre per me è raro che un litigio porti alla rottura di un rapporto, temo che per l’altro questo possa succedere. Questo mi intristisce e mi fa sentire sola.

In pratica, quindi, quando litigo passo i momenti e a volte i giorni successivi con la mente che alterna i tre sentimenti con la velocità di un criceto su una ruota. Mi è piuttosto chiaro, quindi, che sia una cosa da evitare, eppure ancora, a volte, perdo le staffe.

Probabilmente dovrei essere più indulgente con me stessa e ripararmi dietro la mia “umanità”. Dovrei giustificarmi dicendo: “dai, capita a tutti di farsi prendere la mano (metaforicamente parlando), non sei mica un computer, hai dei sentimenti!”.

O a volte, forse, dovrei proprio rendermi conto che alcune persone semplicemente non meritano tutti questi affanni, ma un sincero “vaffanculo”.

 

Thailandia, diario di viaggio: 23 agosto 2016

Colonna sonora consigliata per il post: Viva la vida! (ovvero una delle poche canzoni un po’ vivaci fatte da quei noiosi dei), Coldplay.

img-20160823-wa0001Siamo sull’aereo in partenza da Bangkok verso Delhi. Sono le 8 di mattina e da che ci siamo alzati (fate un po’ i conti…) non ho bevuto nemmeno un caffè. E’ di certo più crudele questo dell’alzataccia. L’astinenza da caffè per me è una vera tragedia, ecco.  Come sempre, abbiamo dormito si e no 5 ore. Ieri sera siamo stati a cena tutti insieme in una strada non lontana dalla guest house. Devo dire che abbiamo avuto serate migliori. Sarà stata la stanchezza, ma per la prima volta sono emerse alcune incomprensioni tra qualcuno del gruppo. Non era mai successo prima. Niente di che, ci mancherebbe, però è un peccato sia stata introdotta una nota stonata in una vacanza caratterizzata dalla tranquillità dei rapporti personali.

Dopo cena io e una buona parte del gruppo siamo andati a fare due passi a Ram Buttri, per fermarci in un locale con musica dal vivo. Locale che in realtà è un centro sociale, nel pieno della movida di Bangkok. Sarà difficile scordare il cameriere-animatore: un ragazzo sui 20 anni cdsc_0281on dei capelli da manga e una capacità di saltare in giro che nemmeno un grillo. La musica era molto bella e ho fatto un video per testimoniarlo: purtroppo non posso caricarlo perché il mio WordPress è la versione da poverissimi e mi lascia caricare solamente foto (con delle limitazioni, ovviamente!). Siamo rimasti da quelle parti un’oretta e poi ci siamo diretti verso la guest house, che oltre alla stanchezza di 15 notti dormite poco e male c’era lo zaino da fare in vista del rientro definitivo.

Adesso, qui sull’aereo, mentre molti stanno già sonnecchiando, penso che mi sono proprio trovata bene in questo viaggio. L’ho fatto per staccarmi da un momento della vita un po’ troppo solitario e sicuramente più problematico di altri. Doveva servire a farmi accantonare per un pochino le difficoltà, a ricaricarmi per poterle affrontare con la mia solita verve, una volta di ritorno. Risultato raggiunto.

Non che sia partita a cuor leggero. Anzi, ero piena di paure. Non sono mai stata abituata a dormire dove capitava, insieme a degli sconosciuti e non pensavo mi sarei adattata facilmente. Sbagliavo. Temevo anche di non riuscire a integrarmi in un gruppo di persone che non conoscevo, praticamente tutte molto più giovani di me. Sbagliavo ancora.

Io che ho sempre giocato da sola e combattuto da sola, qui in Thailandia ho imparato quanto un gruppo possa darti forza e sicurezza. Molta più di quanto tu possa avere come persona singola.

Ah, quando sono partita avevo anche paura di volare. Mò scommetto che dal momento che appoggerò la penna farò una dormita fino a Delhi. E poi pure da Delhi a Milano.

Eh, niente, ci sono esperienze che, seppur brevi, cambiano parecchie cose. Se non mi addormento subito, ci penso ancora un po’ su, che le cose belle vanno ricordate bene.

 

 

 

 

 

Thailandia, diario di viaggio: 22 agosto 2016

Colonna sonora consigliata per il post: Numb, U2.

dsc_0280Sono le 17 e sono seduta a un tavolino di una delle vie più famose di Bangkok: Khao San. La strada è diventata internazionalmente conosciuta grazie a vari film hollywoodiani che l’hanno ripresa per mostrare i “lati oscuri” di Bangkok. Di giorno è piena di bancarelle e negozietti ormai solo per turisti, di sera è animata da vari locali aperti fino a tarda notte. Questo è il quartiere della “movida” e quindi c’è un perenne delirio di persone,  di contrattazioni, di urla in generale. Il tipo del tavolino di fronte cerca in tutti i modi di fare conversazione. La sua dentatura mi fa capire che non disdegna le droghe, anzi.  Se penso a dove ero un’ora fa quello che ho intorno ora mi sembra un incubo. Oggi, dopo l’arrivo alla guest house dall’aeroporto mi sono staccata dagli altri per vedere una cosa che mi interessava particolarmente: il mercato degli amuleti. Fortuna vuole che fosse veramente vicino alla nostra sistemazione, per cui ci sono arrivata senza dover prendere i mezzi (mi sarei sicuramente persa).

In realtà il mercato prende un intero quartiere: già mentre ci si avvicina si iniziano a vedere i vari talismani esposti nelle vetrine di negozi che sembrano antiquari. I bonzi nelle loro vesti color zafferano superano in numero i turisti. Il mercato vero e proprio si tiene al piano terra di un enorme palazzo, che ha due entrate adiacenti. Varcare la soglia significa entrare in un altro mondo. Nessun turista, solo orientali che chiacchierano a bassa voce con i proprietari delle bancarelle e guardano gli amuleti usando delle piccole lenti, in modo da poterne apprezzare la precisione dei particolari e contrattarne di conseguenza il prezzo. In realtà la caratteristica principale che decide il prezzo di un amuleto è il nome del bonzo (o dei bonzi) che l’hanno benedetto. Più rispettato il bonzo, maggiore il prezzo.

Qui quasi tutti posseggono un amuleto, soprattutto chi fa un lavoro pericoloso e ha bisogno di una protezione particolare. Amo questa spiritualità un po’ pagana che hanno i thailandesi. Mi incanta vederli tra queste bancarelle, nella penombra, a parlare composti mentre osservano con attenzione nel vetro delle lenti  per scegliere l’oggetto che proteggerà loro o un loro caro. Così come mi piace, mentre passeggio in città, scorgere un angolo dedicato a Buddha contornato di cibo offerto dai fedeli. Ogni ristorante e bar ha un piccolo tempio, e spesso se ne vedono anche nelle strade.

dsc_0007Passeggiare per il mercato mi ha fatta sentire, a tratti, un po’ fuori posto, ma ho fatto finta di niente e ho lasciato che le persone mi guardassero e si chiedessero che cosa ci facesse là un’occidentale bionda, da sola. A forza di guardare, di estorcere delle parole in Thaiglish ai bancarrellieri (NO, quello che parlano qui non può essere definito inglese) e di contrattare selvaggiamente, ho trovato il mio amuleto. Tra le migliaia esposte, era lui. Mentre stavo per fare delle domande alla signora che lo vendeva, lei mi ha chiesto di dove sono e una volta che lo ha saputa ha iniziato a parlarmi in italiano. Italiano, in questo posto! Italiano, lei che in Italia non ci è stata mai! Italiano, solo perché ha sempre sognato l’italia e in attesa che il sogno diventi realtà, impara la lingua aiutata da un’amica che vive in Emilia Romagna. E’ in momenti come questi che penso: “cazzo, quanto è meravigliosa la vita!”. Ho lasciato la signora e il mercato felice. Sulla via del ritorno ho chiacchierato con alcuni bonzi che erano curiosi delle mie origini e volevano sapere di che religione fossi (meno male che mi sono ricordata che non possono toccare nessuno, nè essere toccati, che per un attimo sono stata tentata di congedarmi stringendo loro la mano! Grazie, Tiziano Terzani!).

dsc_0275Ho proseguito il percorso fino a Ram Buttri per arrivare a Khao San, dove, dopo aver finito il caffè e questa nota, ritornerò turista e mi butterò in questo inferno di persone. (dopo il mercato degli amuleti, questo casino e questi rumori sembrano sul serio  l’inferno 🙂

Come tutti qui, comprerò i vari souvenir da portare in Italia. Poi raggiungerò gli altri. Stasera sarà l’ultima notte in Thailandia. Questo pensiero è nel retro della mia mente, costantemente, fin da stamattina. Non voglio andarmene, dipendesse da me me ne starei qui e girerei ancora qualche settimana, altro che tornare a casa!

 

Thailandia, diario di viaggio: 21 agosto 2016

Colonna sonora consigliata: Welcome to the jungle, Guns ‘n’ Roses.

dsc_0249Nel post precedente ero rimasta alla partenza da Koh Phangan, avvenuta a un’ora tragica come possono essere le 6 quando da dieci giorni non dormi più di 5 ore a notte (salvo un’eccezione). Solito viaggetto sul cassone del pickup fino al porto e imbarco per Surat Thani, incredibilmente senza alcun ritardo. Solito viaggio disagio buttati per terra all’ultimo piano del traghetto. Molti dei compagni hanno ancora stomaci e pance sottosopra, ma si bombano di farmaci e via. Sono dei grandi: nessuno rallenta, nessuno si lamenta. Siamo diretti al parco nazionale di Kao Sok, sulla terraferma a circa 250 km da Phuket. Il viaggio dovrebbe durare circa 7 ore, comprese le due che ci vogliono da Surat Thani a Kao Sok in bus. Arriviamo in orario ma con un cambio di bus imprevisto che ci ha fatto attendere sotto un sole da 40 gradi e un’umidità sicuramente superiore al 90%. Si, ci sono anche momenti difficili in viaggi freak style 😀

Una volta salita sul secondo bus sono crollata. Quando sono scesa, a Kao Sok,  mi sono resa conto che al mondo esistono tassi di umidità dei quali non avrei nemmeno minimamente sospettato l’esistenza. Chi vive qui dovrebbe avere le branchie, perchè respira acqua, non aria.dsc_0254 Il resort, chiamato “Morning Mist” (e come se no?) è costituito di bungalow sparsi per la giungla,  che spesso rimangono senza elettricità anche per giorni interi. Al loro interno, ogni superficie dura è ricoperta da una patina di acqua. No, non è che ci piova dentro, è il normale tasso di umidità della stagione. Come se non bastasse, anche nei giorni col tempo più bello piove almeno 2 volte, con violenti acquazzoni che durano un quarto d’ora. Non sono gelidi come quello che ci siamo presi in barca a Koh Phangan, per cui si può tranquillamente stare sotto la pioggia, basta essere attrezzati per coprire lo zaino.

img_2576Appena appoggiate le cose in casa, io, Silvia, Erika, Stefania e Enrica e Alessandra abbiamo fatto una cosa bellissima: abbiamo lavato un elefante nel fiume. Che esperienza stupenda. Makun (che avrebbe puzzato anche se l’acqua fosse stata Chanel numero 5) ha 6 anni e pesa 8 quintali. E’ dolcissimo e ama particolarmente farsi grattare dietro le orecchie. Appena finito di lavarlo insieme a Erika, stavo aspettando che lo facessero le altre ragazze quando ci ha sorprese un temporale (nooooo, ma che, davero davero? ). Non avendo molto sotto cui ripararmi, ho deciso di approfittarne per fare un bagno nel fiume. Mi sono accorta di quanto mi mancasse fare il bagno in un acqua di temperatura inferiore ai 30 gradi….caspita, quanto me la sono goduta, quella freschezza! E poi che bello fare il bagno là, vicino a un elefante e in mezzo alle duemila tonalità di verde della giungla! Quanti momenti speciali sa regalare la natura. Ci voleva la Thailandia per farmelo ricordare…

La sera mi sono concessa una massaggio rilassante prima di cena e ho raggiunto gli altri al Bamboo Bar (unico locale aperto fino a relativamente tardi in questo paese fatto da un’unica strada, nel quale la gente alle 19 sta finendo di mangiare). Dopo mangiato, complice il viaggio, la stanchezza accumulata e qualche residuo mal di pancia siamo andati a letto presto e senza alcolizzarci (tutti astemi noi, eh!).

Il giorno seguente alle 8.30 siamo partiti alla volta del lago che sta all’interno del parco. E qui non c’è niente che possa dire, per descrivere lo spettacolo. Già appena salita sul pullman mi sono resa conto di quanto la natura sia più fitta qui, rispetto a tutti i posti mai visti prima. Distese sconfinate di verde con una concentrazione di alberi pazzesca: un tronco vicino all’altro, rami di palma senza soluzione di continuità che formano un cappotto per pianure, le colline e le montagne circostanti (si, c’è di tutto, il panorama è davvero molto vario da questo punto di vista). In questa parte di Thailandia si percepisce evidente un desiderio di integrare le costruzioni nella natura. Anche questo rende particolarmente gradevole il panorama, perché l’occhio inizialmente non distingue le case dagli alberi e quindi la natura sembra ininterrotta per chilometri.

dsc_0260A metà viaggio ci siamo fermati a un mercato rionale, nel quale i parenti dell’autista posseggono alcune bancarelle. La parte alimentare del mercato rimarrà per sempre un segreto per me. Non avrei saputo distinguere più di due o tre cose in tutto il mercato…il resto proprio non ho idea di cosa fosse. Mi sono chiesta ripetutamente l’utilità delle uova rosa che ho visto troneggiare su un banco. Mah.

img_7059Arrivati, ci siamo imbarcati in una long tail dal motore potentissimo. Abbiamo iniziato a attraversare il lago a velocità folle, per nostro grande divertimento (madò, sembrava di stare a Gardaland sul Colorado Boat, solo col contorno più fico). E mò mi tocca scrivere una cosa per la quale chi ha letto tutti i post mi prenderà per il culo: questo lago è la cosa più bella che ho visto in Thailandia (già sentita questa, vero?). E’ più incantevole del mare di Phangan, più affascinante delle contraddizioni di Bangkok. L’acqua è verde, forse anche perchè vi si riflette una natura rigogliosissima che ricopre degli spuntoni di roccia, che contornano il lago come enormi denti. Non so come spiegarlo, ma è come se gli alberi SI ARRAMPICASSERO sulla roccia, come se gli alberi fossero stambecchi, non sporgono all’esterno, è uno spettacolo bellissimo. img_7069

Durante la pausa pranzo, effettuata su una serie di palafitte costruite in mezzo al lago, alcuni di noi hanno provato la canoa (o il kayak, insomma, quello a due posti, non so se è l’uno o l’altra). Io e Matteo ci siamo allontanati un po’ da dove erano gli altri e c’era una pace là, un silenzio… Sentivo solo il rumore dell’acqua: niente motori, niente aerei, niente di niente se non l’acqua e le pagaie.

img-20160821-wa0000Sarà stata la fame, ma il pranzo post canoa mi è sembrato il migliore del viaggio. Insieme al caffè, al posto del dolce, il solito scroscio monsonico di una ventina di minuti. Siamo quindi ripartiti sotto l’acqua con delle mantelline orrende che facevano tanto, ma tanto disagio. Con la long tail ci siamo spostati dall’altro lato del lago per fare un trekking nella giungla. Il sentiero era pieno di fango. E adesso si che so cosa significa VERAMENTE la parola fango. Era tutto così scivoloso che abbiamo rischiato la vita tutti (e finalmente! Altrimenti dov’è il divertimento?!). A un certo punto mi sono trovata per terra impiastricciata fino alle cosce. Che poi non è che uno potesse aggrapparsi a qualcosa per non cadere: tra tane di vedove nere e alberi velenosi meglio non rischiare e cascare a pelle d’orso nella melma, tanto sulle rive di un lago eravamo, mal che vada ci buttavamo dentro.

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Finita l’andata di trekking, abbiamo preso una zattera (come mezzo di trasporto era uno dei pochi che ci mancava) e raggiunto delle grotte spettacolari. E qui è il posto giusto per spezzare una lancia a favore della guida di oggi: Dit, un uomo molto preparato e altrettanto divertente.  Al ritorno medesima zattera e medesimo trekking, dal quale siamo usciti come fossimo dei lottatori nel fango. Abbiamo poi riattraversato il lago con la long tail super potente. La luce del pomeriggio rendeva i colori ancora più belli e caldi, le ombre morbide.

Una volta al resort, abbiamo preparato gli zaini, poi io e Sara (mia compagna di stanza) abbiamo raggiunto il resto del gruppo Disagio nella stanza 27, dove abbiamo aperto un paio di bottiglie di alcolici che ci portavamo dietro da un po’. Cristo, ho 42 anni e ho partecipato (congrande piacere, oltretutto) a una festa delle medie 😀 A seguire cena e partite a biliardo sopra al Bamboo bar. La notte ha piovuto forte e è stato veramente particolare ascoltare la pioggia e i tuoni dall’interno del bungalow, sapendo di essere completamente immersa nella vegetazione.